Il gioco d’azzardo e la trappola della povertà

gioco-scandLa storia di Luigi Preiti, rovinato dal vizio del gioco, ha riacceso il dibattito sull’opportunità di mettere fuori legge le sale del videopoker, dove una folla di persone senza nome si gioca tutto fino agli ultimi spiccioli. La ludopatia è una forma di dipendenza, in cui si perde inesorabilmente continuando a credere che l’appuntamento con la fortuna  sia solo rimandato. La vittoria ci bacerà al prossimo giro di carte, al prossimo gettone inserito nella macchinetta mangiasoldi.  C’è un altro aspetto del gioco d’azzardo che è meno noto e di cui ho scritto qualche mese fa a partire da un lavoro pubblicato su Science. Riguarda la psicologia della scarsità, ovvero quei tranelli cognitivi che spingono chi è in stato di necessità ad assumere comportamenti sbagliati, peggiorando fatalmente le proprie condizioni. Riproponendo il mio articolo non voglio certo giustificare chi getta via la propria vita e quella della propria famiglia a suon di scommesse. Tanto meno chi spara per uccidere. La mia intenzione è provare a spiegare alcuni dei perversi meccanismi psicologici che possono condannare i poveri a restare per sempre tali.

Nel 2011, secondo l’Istat, le famiglie italiane hanno speso mediamente per lotto e lotterie oltre 60 euro. Nonostante la crisi. O forse anche a causa della crisi? La seconda ipotesi può suonare bizzarra, ma è più che plausibile alla luce delle conoscenze sulla psicologia della scarsità. Sull’ultimo numero di Science Anuj K. Shah e i suoi colleghi dell’Università di Chicago si sono chiesti perché le persone svantaggiate spesso compiano azioni controproducenti, che contribuiscono a mantenerle in uno stato di povertà. Uno di questi comportamenti è fare scommesse, un altro è prendere denaro in prestito, accettando tassi di interesse elevati che non riusciranno mai a ripagare. Secondo le due scuole di pensiero classiche la responsabilità è rispettivamente degli individui e della società che li circonda. Il gruppo di Chicago però dà una risposta diversa: la colpa potrebbe essere né più né meno della scarsità. Non è un gioco di parole, ma un fenomeno che si presenta in situazioni molto diverse. Chi ha pochi soldi tende a comportarsi come chi ha poco tempo per svolgere il proprio lavoro, o come chi ha pochi tentativi a disposizione in un gioco di abilità. Subisce un sovraccarico cognitivo, sfrutta peggio le risorse, si concentra sui bisogni immediati anziché su quelli futuri, si indebita e cerca di rinviare le scadenze, anche a costo di mettersi in guai peggiori, accumulando multe e more. In poche parole il solo fatto di trovarci in una situazione di penuria ci rende meno lucidi nelle nostre decisioni. I ricercatori lo hanno verificato facendo partecipare dei volontari a quiz nozionistici e videogiochi, dalla “Ruota della fortuna” ad “Angry Birds”. A una parte dei giocatori sono state concesse risorse minori in termini di tempo o tiri a disposizione. Proprio loro, in cinque diversi esperimenti, hanno adottato tattiche di gioco perdenti, accettando di pagare prezzi eccessivi per avere diritto a qualche chance in più e puntando troppo sulle prime sessioni di gioco a discapito delle ultime. Alla fine delle partite gli svantaggiati sono quelli che hanno avuto i punteggi peggiori nei test che misurano l’affaticamento mentale.

muccinoA pensarci bene non è sorprendente: quando ci si sente poveri è difficile rinunciare all’uovo a favore della gallina. Chi ha visto La ricerca della felicità, di Gabriele Muccino, sa che quell’eroico padre che investe tutto sul proprio futuro, emergendo vincente da un vortice di sfortuna e miseria, è una luminosa eccezione non certo la regola. La consapevolezza delle ristrettezze in cui ci si trova deforma la prospettiva, facendo apparire più pressanti i problemi e più urgenti le spese. Questi pensieri prendono il sopravvento, consumando le energie di cui avremmo bisogno per compiere scelte razionali, come mettere da parte i soldi del “Gratta e vinci” in un fondo per le spese impreviste o riparare quel piccolo malfunzionamento domestico prima che diventi un guasto assai più oneroso. Il fenomeno della povertà è troppo complesso perché possa esistere una spiegazione unica e universale. Molto dipende dal carattere dei singoli, molto dagli esempi che hanno avuto crescendo, dall’istruzione ricevuta, dalle opportunità che la fortuna semina lungo il loro cammino. Ma lo studio di Science porta a ritenere che un nocciolo di profonda verità si nasconda anche in quel famoso scambio di battute che è stato attribuito a F. Scott Fitzgerald ed Ernest Hemingway. “I ricchi sono diversi da me e da te”, avrebbe detto il primo. Sì, avrebbe replicato l’autore de Il vecchio e il mare. “Hanno più soldi”. (pubblicato sul Corriere della sera il 6 novembre 2012 con il titolo “Perché la crisi spinge i poveri a scommettere sempre di più”)

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