Femmina artista, maschio scienziato?

Cover7March NatureImmaginate una bambina di cinque anni con le matite in mano. Disegna su un foglio la mamma e su un altro il papà. Fanno lo stesso lavoro e potrebbe ritrarli entrambi seduti al computer. E invece no. Pochi anni di vita (e di favole, e di cartoni, e di discorsi ascoltati chissà dove) sono stati sufficienti a farglieli disegnare in modo radicalmente diverso. “Mamma pulisce”, “Papà vola sul trapezio e non ha paura della tigre”. Così recitano le didascalie, appuntate per decodificare anche a distanza di anni il significato di quei tratti un po’ incerti. Quella bambina è mia figlia e a ripensarci un po’ rido e un po’ mi preoccupo. Possibile che gli stereotipi di genere siano così pervasivi, potenti, precoci? Certo che sì. Nessuno può pensare di esserne immune. Riconoscerlo è anche il primo passo per provare a rimediare, avverte “Nature”, che esce con un numero speciale dedicato alla battaglia delle donne per raggiungere la parità, anche nel mondo scientifico.

L’associazione bambina-bambola e bambino-macchinina viene compresa da alcuni ancor prima dei 30 mesi di età. La conoscenza degli stereotipi e la tendenza a conformarvisi aumenta rapidamente fra i 3 e i 5 anni. Fino a 7 anni l’adesione è rigida e pressoché assoluta. In uno studio pubblicato recentemente sulla rivista “Sex Roles” dei bambini hanno ricevuto due disegni, raffiguranti un coetaneo maschio e una femmina. Poi hanno risposto a domande del tipo: cosa non sopporta?  Preferisce italiano o matematica? La conclusione è stata che già in prima elementare è diffusa l’idea che le femmine siano meno brave nelle materie scientifiche, anche se non è vero. Più è diffuso questo stereotipo – afferma un altro studio – maggiori sono le disparità di genere effettivamente registrate nel mondo accademico, dove le donne diventano via via meno numerose, man mano che ci si avvicina alle posizioni di vertice. Le donne, anche nel mondo della scienza, devono fare miracoli per conciliare i tempi familiari e quelli lavorativi. Ma il primo ostacolo che incontrano, il più subdolo, è quello dei pregiudizi da parte di revisori e superiori (sia donne che uomini). In una ricerca pubblicata su “Pnas” nel 2012, è stato assegnato in modo casuale un nome maschile o femminile a una domanda di assunzione per un posto in un laboratorio universitario ed è risultato che veniva giudicata più favorevolmente se a presentarla era Mario piuttosto che Maria. Chiunque voglia, può mettersi alla prova partecipando ai test online di associazione implicita dell’Università di Harvard. Quando dobbiamo associare due parole che vanno d’accordo con gli stereotipi comuni, i nostri tempi di reazione sono più brevi. Salta fuori così che oltre il 70% delle persone tende a dare una connotazione maschile alle parole legate al lavoro e una connotazione femminile a quelle relative alla famiglia. La percentuale è più o meno la stessa quando in gioco c’è la femminilità o la mascolinità dei vari ambiti di studio. Se ci viene chiesto di incasellare le materie scientifiche nella stessa colonna dei nomi da uomo, siamo più veloci. Astronomia tende a seguire John. Letteratura va a braccetto con Julia. La neurobiologa Jennifer Raymond racconta su “Nature” di aver eseguito lei stessa il test, ritrovandosi in quel 70% di persone che hanno pregiudizi inconsapevoli. Parliamo di una scienziata, donna, impegnata per la parità di genere, ben consapevole di certe trappole psicologiche. Ho deciso di emularla: niente da fare, i miei risultati “suggeriscono una moderata associazione di maschio con scienza e di femmina con arte”. Ma una soddisfazione me la sono tolta: mia figlia ora ha 9 anni e mi ha battuto. Per lei la scienza non è né maschio né femmina. Anzi è un po’ più femmina che maschio, secondo il test di Harvard. Più della cultura maschilista che anche lei respira, hanno potuto le ore che sua madre ha passato con lei a parlare di dinosauri e di stelle. (pubblicato sul Corriere della sera il 7 marzo 2013)

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