Fukushima, la contesa della memoria

Fukushima navePer il resto del mondo è “semplicemente” l’anniversario di Fukushima. Ma per il Giappone l’11 marzo è anche il giorno della devastazione di Rikuzentakata e di altri centri che in Occidente non abbiamo mai imparato a nominare. Lo tsunami del 2011 ha spazzato via 1.300 chilometri di costa, oltre a danneggiare i reattori di Daiichi innescando l’incidente nucleare. Ha ucciso diciannovemila persone: vittime non delle radiazioni ma del maremoto. Se sono rimaste in ombra è per la nostra paura nucleare, i sospetti di un cover-up governativo, l’attenzione doverosamente dedicata alle gesta eroiche di chi rischiava la vita per spegnere l’impianto.
Molti probabilmente ricordano la nave da 330 tonnellate scaraventata nell’entroterra come il giocattolo di un bambino. Per un cortocircuito emotivo quelle immagini di furia naturale sono diventate il simbolo della pericolosità dell’atomo e dell’hubris degli umani. A due anni di distanza, forse, è passato abbastanza tempo per provare a mettere un po’ in ordine dati ed emozioni.

Quel giorno va commemorato come il triplo disastro che è stato: terremoto e poi tsunami e infine incidente atomico. Il bilancio della contaminazione nucleare, oggi, è un chiaroscuro migliore degli scenari catastrofici tracciati in passato. Secondo il rapporto pubblicato dall’Organizzazione mondiale della sanità il 28 febbraio, la maggior parte dei giapponesi (persino tra gli abitanti della prefettura di Fukushima) non corre un rischio più alto della media di ammalarsi di cancro. In alcune località ristrette si calcola un lieve aumento del rischio relativo, comunque troppo basso per essere rilevato con gli approcci epidemiologici convenzionali. Fukushima non è stata un’altra Chernobyl, dunque. L’eredità tossica dell’11 marzo 2011 è più lieve di quella del 26 aprile 1986. Il cesio rilasciato in Giappone è una frazione dell’altro, e la centrale non dovrà essere coperta da un sarcofago, come invece si sta facendo in Ucraina. Potrà essere smantellata e c’è chi vorrebbe addirittura convertirla in una meta turistico-educativa. Probabilmente l’area a ridosso dell’impianto rimarrà off-limits ancora a lungo, ma oltre un raggio di 20 chilometri la decontaminazione di edifici e terreni procede con metodi tecnologicamente avanzati, spiega Science. Chissà se gli sfollati vorranno tornare alle loro case e al loro lavoro, quando le radiazioni saranno scese sotto la soglia di sicurezza. Oltre ai rischi reali, c’è la psicologia da considerare. Sono centodiecimila, un popolo a cui l’incidente atomico forse non ha tolto la salute ma ha rubato un pezzo di vita.
E poi ci sono le vittime dello tsunami. Non solo i morti, anche i vivi. In questi giorni sono combattuti tra il dovere di ricordare e il diritto a dimenticare, come ha raccontato lo scrittore Kumiko Makihara sull’Herald Tribune. La testimonianza più impressionante è ancora oggi la nave arenata. Sessanta metri di scafo, sdraiati nella città di Kesennuma. Molti la vorrebbero conservare, non tutti: lì sotto potrebbero giacere delle vittime. L’albero di 27 metri che aveva resistito all’urto, “il pino dei miracoli” (nella foto), è morto per il sale dell’acqua marina. Ora l’hanno riempito con fibre di carbonio e restaurato. Un simbolo di forza e di speranza, del Giappone che è ferito ma va avanti.
(pubblicato sul Corriere della sera il 10 marzo 2013)
fukushima pino

2 pensieri su “Fukushima, la contesa della memoria

  1. Grazie, grazie veramente per questo articolo. Per chi si occupa di scienza e ha a cuore la vera informazione, non poteva esserci un’analisi migliore.

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