Missing girls go to Venice

sisIl testo del mio intervento al Congresso della Società Italiana delle Storiche (Venezia, 16 febbraio 2013) 

Sicuramente conoscete l’espressione “missing women” (donne mancanti), l’ha coniata Amartya Sen per indicare i cento milioni di donne che dovrebbero popolare il mondo e invece non ci sono. Sono una voragine demografica, un buco nella struttura della popolazione globale, causato, nel passato, dalla peggior condizione di vita riservata a bambine e donne, oggi anche e soprattutto dagli aborti selettivi. Ovvero dalla volontà di fare figli maschi e dalla disponibilità di tecnologie che consentono di raggiungere facilmente questo risultato. “Missing girls” è un’espressione bella ed efficace, ma, per quanto riguarda il fenomeno sottostante, il vocabolario ci offre solo parole brutte, discutibilissime. C’è il termine “gendercide” (genocidio di genere o genericidio), scandito su una celebre copertina dell’Economist. In India si parla di “feticidi femminili”. Le istituzioni internazionali preferiscono una definizione più fredda: “selezione prenatale del sesso”. Qualunque sia il nome che decidiamo di adottare, la discriminazione di cui stiamo parlando è subdola, perché a differenza di altre forme di disuguaglianza, è perpetuata dallo stesso sesso che la subisce. Le donne stesse, che a volte sono esse stesse portatrici dei (dis)valori maschilisti tradizionali e trovano nel figlio maschio l’unica possibilità per farsi accettare nella famiglia del marito. Per questo sono al tempo stesso vittime, complici e agenti del genericidio.

Negli anni ’80 gli aborti sesso-specifici si sono diffusi a macchia d’olio in Corea del sud, Cina e India, dove in parte hanno sostituito e in parte si sono sommati alle vecchie forme di selezione del sesso dei figli: gli infanticidi femminili e, soprattutto, la negligenza selettiva nei confronti delle bambine. Una delle massime studiose del fenomeno, Monica Das Gupta della World Bank, lavorando con colleghi coreani e cinesi, ha messo in luce il filo rosso che lega questi tre paesi. Oltre ai fattori locali, ce n’è uno fondamentale che è al cuore del gendercide: l’organizzazione patriarcale rigida, caratterizzata da patrilinearità e patrilocalità. Le figlie sono considerate risorse a perdere, perché vanno a lavorare e a procreare per un altro clan, quello del marito. A partire dagli anni ’90 il gendercide ha sorpreso gli analisti, contagiando altre regioni, in contesti sociali più diversificati, ma sempre caratterizzati da una forte preferenza culturale per il figlio maschio. Dopo il collasso dell’Urss, la selezione del sesso fetale è diventata comune nel Caucaso. E’ comparsa nella ex Jugoslavia. Si è diffusa in Albania, dove lo squilibrio tra i sessi è grave ma ancora poco studiato. E’ difficile prevedere quali regioni potrà contagiare in futuro, o in che misura. Quello che possiamo dire è che negli ultimi decenni si è presentata là dove il sessismo è forte, radicato nei gangli sociali delle strutture patriarcali (anche quelle sopravvissute a oltre mezzo secolo di comunismo), intessuto nella cultura, magari favorito anche da qualche credenza religiosa, oltre che da politiche demografiche coercitive nel caso della Cina. Perché la preferenza si possa trasformare in realtà, naturalmente, devono essere disponibili le tecnologie per la determinazione del sesso fetale (le stesse usate per monitorare la salute del nascituro) e deve essere garantito l’accesso all’aborto. In Africa gli aborti sesso specifici non sono praticati per ragioni culturali, ma anche perché mancano le tecnologie. Nel mondo arabo la preferenza per il figlio maschio è radicata, ma la condanna dell’Islam nei confronti dell’aborto è più esplicita che nelle religioni orientali.

Povertà e ignoranza, comunque, non sono la causa, anzi. Una recente ricerca, ad esempio, dimostra che in India i medici hanno più figli maschi della popolazione generale. I primi ad avvalersi degli aborti sesso-specifici, in effetti, sono stati i ceti benestanti, poi la pratica si è diffusa dall’alto verso il basso senza risparmiare i migranti. Le statistiche dimostrano che chi emigra da un paese dove la selezione del sesso dei figli è culturalmente accettata, anche se vietata per legge come in Cina e in India, può portare con sé anche in Occidente questa forma estrema di discriminazione. L’esperienza migratoria, invece di liberare dalle pressioni sociali e culturali, può rendere vulnerabili. Come si fa a monitorare questo fenomeno?

Per ragioni che la scienza non è ancora riuscita a spiegare del tutto, nella specie umana nascono in media 105 maschi ogni cento femmine. Il rapporto tra i sessi alla nascita (sex ratio) può oscillare un po’ intorno a questo numero, per cause fisiologiche o ambientali. Ma quando in una comunità la preferenza culturale per i maschi si traduce nella selezione deliberata del sesso dei figli da parte di un numero consistente di genitori, la sex ratio si impenna in modo inconfondibile. In alcune regioni, come l’India nord-occidentale e buona parte della Cina, è arrivata a 120. La crescita di questo parametro è repentina, unidirezionale e mostra un pattern caratteristico: il rapporto tra i sessi è particolarmente sbilanciato per gli ordini di nascita elevati. Significa che per il primogenito quasi tutti i genitori si affidano al caso, ma se l’agognato maschio non arriva, per il secondogenito e soprattutto per il terzogenito molti intervengono attivamente, determinando prima il sesso fetale e poi abortendo se non è quello desiderato. Gli aborti sesso-specifici sono abbastanza numerosi da essere stati rilevati statisticamente nelle comunità indiane e cinesi residenti in Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, e da ultimo in Norvegia.

Anche nelle comunità cinesi e indiane residenti nel nostro paese nascono più maschi e meno femmine di quello che ci si aspetterebbe in base alle leggi naturali. I dati per l’Italia sono quelli che ho ricavato io, elaborando i dati Istat relativi alle nascite nelle comunità di immigrati provenienti dai due paesi simbolo del genericidio. Sono pubblicati nel libro “Mai nate” (Mondadori Università, 2011) e, come mi ha confermato il demografo francese Christophe Guilmoto, mostrano proprio il pattern che ci si aspetta di trovare in un contesto di selezione prenatale del sesso. Dopo l’uscita del mio libro, la Regione Toscana ha analizzato i dati relativi al rapporto tra i sessi alla nascita dei toscani-cinesi, confermando l’ipotesi, e ora anche in Lombardia ci sono soggetti interessati a raccogliere e ad analizzare i dati regionali. Molto però resta da fare: non risulta che i programmi per monitorare la salute riproduttiva delle straniere e ridurne i tassi di abortività, ad esempio, abbiano mai preso in considerazione la tematica degli aborti sesso-specifici. Anche l’Italia, dunque, ha le sue “missing girls”. Le bambine condannate a non nascere nei nostri ospedali a causa del loro sesso non sono milioni o migliaia, ma centinaia sì. Sono troppo poche per rappresentare un problema demografico, come invece accade nei paesi d’origine dove il genericidio ha scavato una voragine dalle conseguenze geopolitiche difficilmente calcolabili. Ma sono più che abbastanza per rappresentare un problema etico e politico, che non può essere lasciato soltanto all’elaborazione del movimento pro-life. Se fosse per chi si oppone all’aborto tout-court il problema non esisterebbe, è chi difende la libertà di scelta delle donne che deve caricarselo sulle spalle.

A differenza di altri problemi come le mutilazioni genitali femminili, la selezione prenatale del sesso è rimasta a lungo esclusa dal discorso pubblico. Tra le ragioni dei troppi silenzi e dei troppi ritardi c’è sicuramente il timore che ammettere l’esistenza e la gravità degli aborti sesso-specifici significasse rimettere in discussione il diritto delle donne a decidere se portare a termine o meno una gravidanza, in un contesto globale in cui a tante non è permesso abortire in modo legale e sicuro. La consapevolezza della politica e dell’opinione pubblica è ancora oggi scandalosamente sproporzionata all’entità del dramma. Il mondo ha perso cento milioni di donne. Cento milioni. Una perdita numericamente superiore alle vittime delle guerre mondiali, o delle carestie del XX secolo, o delle grandi epidemie compresa quella dell’Aids. Per quanto gli specialisti continuino a rifare i conti con metodi differenti e dati aggiornati, l’ordine di grandezza resta quello indicato venti anni fa da Amartya Sen. Lo sviluppo sociale ed economico, infatti, ha ridotto il numero delle bambine uccise dall’incuria, ma la diffusione degli aborti sesso-specifici ha fatto altre vittime. La Corea del sud ha vinto la sua battaglia, riportando il rapporto tra i sessi alla nascita quasi in linea con il valore naturale, ma Cina e India faticano ancora a invertire la rotta. I censimenti del 2011 suggeriscono che le donne mancanti stiano diminuendo nei due paesi, ma gli squilibri nella fascia d’età infantile sono addirittura peggiorati.

Due segnali positivi sono arrivati sul finire del 2011 dalla comunità internazionale. Le agenzie competenti delle Nazioni Unite (OHCHR, UNFPA, UNICEF, UN Women, WHO) hanno pubblicato una dichiarazione congiunta cotro la selezione prenatale del sesso. Il secondo stimolo è arrivato dal Consiglio d’Europa, che ha approvato una risoluzione bipartisan, auspicando l’introduzione di leggi contro gli aborti sesso-specifici e le metodiche di selezione del sesso nel contesto della fecondazione assistita, in tutti i casi in cui la scelta non serve a evitare problemi di salute. In Italia selezionare il sesso in provetta è già vietato, ma per quanto riguarda la compatibilità tra gli aborti sesso-specifici e la legge 194 (che non esclude le “ragioni sociali o familiari” che potrebbero mettere in pericolo la salute fisica o psichica della donna) il dibattito è ancora tutto da scrivere. Dal punto di vista pragmatico si può dire che il limite temporale dei 90 giorni previsto dalla legge 194 rende l’ecografia un sistema non facilmente utilizzabile, perché può essere eseguita solo in una fase relativamente avanzata della gravidanza. La villocentesi invece è abbastanza precoce da consentire un aborto legale. E far nascere solo maschi diventerà facilissimo se entreranno in commercio kit precoci e affidabili per scoprire il sesso del nascituro con un semplice prelievo del sangue materno.

Dal punto di vista tecnico, è bene saperlo, si tratta di un risultato che è già a portata di mano. Cosa ne pensano le studiose della condizione femminile? Cosa ne pensano le donne? Scoraggiare la comunicazione precoce del sesso dei figli in assenza di valide ragioni mediche è un’opzione praticabile? Combattere gli aborti sesso-specifici senza limitare l’accesso all’aborto: come si può fare? Ricette miracolose non ce ne sono. L’esperienza internazionale dimostra che vietare gli aborti sesso-specifici è il primo passo ma non basta. Bisogna intervenire sulle disuguaglianze di genere in famiglia e nel mondo del lavoro, cercando di potenziare l’effetto liberatorio della modernità, che da una parte ci porta le tecnologie che rendono possibili gli aborti sesso specifici, dall’altra favorisce l’emancipazione femminile, erodendo la preferenza per il figlio maschio. Sono necessarie campagne di sensibilizzazione, ci vuole uno sforzo collettivo, ci vuole determinazione e costanza. Non si cambiano le norme sociali dall’oggi al domani.

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