Imàgenes Trasmundo

immagine TurchiaPrendo in prestito il titolo di un libro di poesie, per questo post. Imàgenes Trasmundo, di Benny Nonasky. Mi è tornato in mente vedendo la ragazza in rosso, ferma davanti al getto dell’idrante, che è diventata il simbolo della rivolta in Turchia. Ci sono avvenimenti che grazie a un’immagine si imprimono con forza nei nostri ricordi. Ce ne sono altri che scivolano via dalla memoria, scalzati da nuove foto e nuovi drammi. La nostra coscienza non è abbastanza grande per contenere tutto. Abbiamo visto le statue dei tiranni cadere, le immagini rubate dai telefonini a Teheran, lo tsunami giapponese mentre cancellava un paese, i migranti stremati sulle carrette del mare, il reggiseno azzurro della manifestante egiziana picchiata dalla polizia. Siamo, o pensiamo di poter essere con i nostri occhi ovunque, nel mondo. Ma ci sono anche i drammi invisibili, quelli cancellati dalla ripetitività.

immagine egittoMorti in Siria. Morti in Iraq. E ci sono storie in cui raffigurare le vittime è impossibile. Io ho passato gli ultimi anni a occuparmi proprio di una tragedia invisibile, quella delle missing girls: 100 milioni di bambine che dovrebbero esserci e invece non ci sono, in gran parte in Cina e India, ma non solo. Può esserci una sproporzione enorme tra l’entità di un fenomeno e la consapevolezza che ne abbiamo. Gli assenti non si vedono per definizione. Le vittime che non trovano facilmente posto nelle nostre sovrastrutture ideologiche (giusto-sbagliato, buoni-cattivi, sfruttati-sfruttatori) sono meno visibili delle altre.

immagine NedaSpesso ci prende anche un ottundimento cognitivo di fronte all’enormità dei numeri. La mente umana non riesce ad afferrare 1 miliardo di persone che soffre la fame. Per questo ricordiamo Neda in Iran. Perché l’abbiamo vista, perché è una persona, non una folla.

La forza delle immagini a volte diventa essa stessa violenza, come sanno tutti i genitori che di fronte a un servizio troppo crudo armeggiano con il telecomando per proteggere i figli dalla durezza del mondo. Altre volte uno scatto diventa l’interruttore della consapevolezza, lo stimolo che ci fa venire voglia di capire e di spiegare. Tra lo shock e l’assuefazione c’è il lavoro dei reporter come Domenico Quirico, scomparso in Siria. C’è lo spazio dell’analisi. Per questo dobbiamo essere grati a chi lavora per far arrivare i nostri occhi, i nostri pensieri e (forse) le nostre azioni là dove le cose accadono. Abbiate buona cura di voi e di noi.

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