Convenzione di Istanbul, un passo avanti

femminicido disegno Mentre Corigliano Calabro piangeva Fabiana Luzzi, la Camera ha votato all’unanimità la Convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne. Poi toccherà al Senato. Cosa cambia per le tante vittime di abusi psicologici, fisici, sessuali? Molto dipenderà da quanto sarà forte la volontà di far vivere con le azioni ciò che è scritto sulla carta, stanziando finanziamenti adeguati e mettendo in atto le misure necessarie per prevenire i crimini, proteggere le vittime, perseguire i violenti. Intanto però c’è da registrare il colpo di reni dell’Italia. Siamo il quinto paese a ratificare il trattato e il viceministro Marta Dassù si è impegnata per conto del Governo a sollecitare ulteriori ratifiche nelle sedi internazionali. Se pensiamo che un anno fa la direttrice dell’agenzia Onu per le donne Michelle Bachelet aveva richiamato l’attenzione proprio sull’emergenza dei femminicidi in Italia, si capisce bene il valore della svolta. E’ lo Stato ad assumersi formalmente la responsabilità di girare pagina.

I simboli contano, tanto più in questo campo, in cui la violenza affonda le radici “nella cultura della subalternità e del possesso”, per citare Laura Boldrini. E’ importante che il Parlamento riconosca la specificità della violenza contro le donne, incardinandola nell’ambito della violazione dei diritti umani fondamentali. Paradossalmente, ma forse neanche tanto, la nostra ratifica si va ad aggiungere a quella di un piccolo drappello di paesi che non brillano nelle classifiche sulla parità di genere: Albania, Montenegro, Portogallo e Turchia. Perché la Convenzione entri in vigore si dovrà arrivare a 10. Certo quell’aula semideserta, durante i lavori preparatori, non è stato un bello spettacolo. E dispiace che qualche parlamentare cattolico si sia trovato a disagio con il concetto di “genere”, nella sua accezione sociale oltre che biologica. Ma quel che conta è muoversi. L’emozione collettiva suscitata dai fatti di cronaca di questi giorni ha aperto la finestra al cambiamento. E’ un momento che bisogna afferrare, adesso. (pubblicato sul Corriere della sera il 29 maggio 2013)

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