La vertigine quantistica nell’arte e nell’anima

Cover Alice BobViviamo un momento storico incerto, bizzarro persino, in cui la prevedibilità degli eventi e la misurabilità dei fenomeni sembrano sfuggirci. E’ forte la tentazione di definirlo quantistico. La politica sembra muoversi in un universo parallelo. E c’è da sperare che Dio non giochi a dadi quando torneremo a votare, come diceva qualcuno poco amante dell’incertezza: Albert Einstein. Di solito le metafore rubate alla fisica del XX secolo non piacciono ai fisici, ma non siamo certo noi i primi a osare. Tempo fa il New York Times ha pubblicato una scherzosa teoria quantistica della Presidenziali americane, firmata da David Javerbaum. E ora un saggio di Robert Crease, pubblicato sull’ultimo numero di Physics World, ricostruisce usi e abusi culturali della fisica dei quanti. Per 250 anni l’universo di Newton ha rappresentato una visione rassicurante del mondo: semplice, elegante, intellegibile. Poi nel 1900 Max Planck ha piantato il suo seme e nei tre decenni successivi è stata una rivoluzione. I padri della nuova fisica, come Bohr e Heisenberg, hanno affiancato (non sostituito) Newton. Col tempo la teoria quantistica ha ampliato la nostra comprensione del mondo spiegando una varietà di fenomeni, dal comportamento dei superconduttori alla luminosità delle stelle. Ha accresciuto la nostra potenza tecnologica (sono figli suoi i transistor, la risonanza magnetica, i laser). Ha in serbo per noi i computer quantistici e forse nel 2013 assisteremo alla prima comunicazione quantistica tra satelliti. Funziona, non c’è che dire, anche se la teoria è così strana da essere stata paragonata alle “allucinazioni di un paranoico troppo intelligente”. E’ quasi indivulgabile, eppure ha avuto un’influenza culturale profonda, in parte liberatoria.

AliceBob telefonoDavid Herbert Lawrence, l’autore di L’amante di Lady Chatterley, nel 1929 scriveva di amare la fisica quantistica perché non la capiva. E’ “come se un cigno non potesse posarsi e stare fermo”. “Come se un atomo cambiasse continuamente idea”. Qualche umanista l’ha travisata, interpretandola come una nemesi per le troppe certezze esibite dalla scienza. Il più quantistico degli scrittori è stato, probabilmente, John Updike, due volte Pulitzer e più volte candidato al Nobel per la letteratura. Ha saputo cogliere analogie suggestive con la realtà contemporanea, che avvertiamo discontinua, inaffidabile, soggettiva. Più pentola in ebollizione che tavolo da biliardo. “Le rivelazioni di questo secolo sull’infinitamente grande e sull’infinitamente piccolo, sugli abissi del tempo geologico quando eravamo nulla, sulle innumerevoli galassie e sul comportamento subatomico indeterminato, su una certa folle violenza matematica nel cuore della materia ci hanno segnato più di quanto crediamo”. Se ne può sentire l’eco nella voce esile del drammaturgo Samuel Beckett e nelle figure filiformi dello scultore Alberto Giacometti, sostiene Updike. Ma l’incontro fra arte e quanti non si è sempre giocato su un piano così elevato. Il gatto di Schrödinger ha ispirato vignette e battute con quel suo essere vivo e morto insieme dentro una scatola, il bosone di Higgs è finito su tazze e T-shirt. Usi e abusi, dicevamo. Ma il punto è che la fisica ci ha regalato un nuovo repertorio di immagini per interpretare le nostre esperienze di esseri umani, alle prese con lacune, inconsistenze, deformazioni della realtà. Può piacere o meno, ma la vertigine quantistica è perfetta per raffigurare questo stato d’animo. Quanto alla nostra politica, l’auspicio è che torni presto ad essere un po’ più comprensibile. Più newtoniana.

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