Parla Kamitani, l’uomo che legge i sogni

Top_10_Dream_Photography_6“Indossavo un vestito rosso, ero bellissima”. “Ero scalzo in mezzo alla strada”. “Scappavo”. Talvolta i sogni sono realistici, più spesso surreali. Le note emotive dominanti sono disagio e paura, anche se non mancano le esperienze piacevoli. In genere si dissolvono poco dopo il risveglio. Quando riusciamo a trattenerli, il piccolo Freud che è nascosto in ognuno di noi si interroga sui messaggi in codice inviati dalla psiche. La scienza moderna, però, si pone una domanda diversa, universale anziché personale. Perché mentre il corpo riposa, il cervello tesse ogni notte le sue trame virtuali? A cosa serve sognare? “Non abbiamo ancora risposte solide, ma disponiamo di nuovi mezzi per verificare le ipotesi”, mi dice il giapponese Yuki Kamitani, un cacciatore hitech di sogni, armato con gli strumenti delle neuroscienze computazionali . Il suo ultimo lavoro è appena stato pubblicato su Science, che ha diffuso online la ricostruzione-video di due sogni.

Kamitani e i suoi colleghi degli ATR Computational Neuroscience Laboratories di Kyoto hanno studiato 600 esperienze oniriche, monitorando con la risonanza magnetica funzionale e l’elettroencefalogramma tre volontari addormentati. Li hanno anche ripetutamente svegliati per farsi raccontare il contenuto dei sogni non-Rem, quelli che si fanno nella fase precoce del sonno.  “Ma ci tengo a sottolineare che il nostro metodo di decodificazione può ricostruire il contenuto di un sogno anche quando è stato dimenticato”, insiste Kamitani. Il decoder, ancora piuttosto primitivo, messo a punto dal team giapponese è un algoritmo che confronta l’attivazione delle aree cerebrali visive durante il sogno e durante la veglia. La visione di un’automobile vera, ad esempio, lascia una traccia corticale simile a quella di un’automobile onirica. I ricercatori sono in grado di riconoscerla 7 volte su 10. E’ così che un fenomeno intrinsecamente privato può essere studiato sulla base di dati oggettivi.  “Per ora ci siamo focalizzati sulle cose, ma il nostro metodo potrebbe essere esteso a forme, colori, azioni, emozioni”, dichiara il ricercatore, che vuole ripetere gli esperimenti in fase Rem. Questa sigla (che sta per “movimento oculare rapido”) identifica dei sogni più difficili da studiare, perché non si verificano per almeno un’ora dall’addormentamento e sono più agitati rispetto ai sogni precoci, emotivamente piuttosto neutri. Kamitani confida di fare sogni strani, abitati da ineffabili sensazioni negative. dream inceptionLa prevalenza dei contenuti spiacevoli, del resto,  è una costante confermata da studi diversi in culture differenti ed è il principale argomento a favore dell’ipotesi evoluzionistica. Secondo una rassegna pubblicata sull’American Journal of Psychology, ognuno di noi fa tre sogni Rem per notte, circa 1.200 in un anno, 860 dei quali includono almeno una minaccia. Perché? E’ possibile che il nostro cervello si alleni in vista delle situazioni di pericolo che potremmo trovarci ad affrontare da svegli. “Dreamland” è un mondo più ostile della vita reale. Ma ci sono anche altre ipotesi. I sogni potrebbero servire a consolidare i ricordi o a ripulire la mente come la deframmentazione in un computer. “Analizzando i contenuti potremmo capire se sono legati a esperienze reali più o meno traumatiche. La durata e la frequenza di una visione onirica potrebbero mettere alla prova l’ipotesi della consolidazione mnemonica”, ragiona lo studioso.  Non è escluso che sogni precoci e Rem abbiano funzioni diverse. C’è persino chi sostiene che sognare non serva a nulla. In ogni caso c’è da scommettere che questi fenomeni spontanei, indipendenti da input esterni, appassioneranno ancora a lungo i neuroscienziati che indagano la relazione tra attività cerebrale e coscienza. Mentre per tanti di noi i sogni continueranno a essere uno stimolo all’introspezione e per qualcuno addirittura una fonte di presagi. 

 

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