L’idea del tempo che se ne va

illustrazione pezzo tempoTorna l’ora legale e nonostante le ore di luce guadagnate è difficile liberarsi dalla fastidiosa sensazione che ci abbiano sottratto sessanta minuti. Come quando voliamo verso Est: più ci allontaniamo più il fuso orario sembra scipparci un pezzetto di vita. Dove finisce il tempo perduto? Da nessuna parte, ovviamente. E’ tutta un’illusione percettiva. Minuti, ore e giorni ticchettano e passano imperturbabili, sfidando la nostra comprensione. “Cos’è il tempo? Se nessuno me lo chiede, lo so. Se desidero spiegarlo a qualcuno che lo chiede a me, non lo so”, scriveva Sant’Agostino. I più fortunati trascorreranno i prossimi giorni senza lavorare. Una volta liberati da scadenze e cartellini da timbrare, forse sarà più facile sincronizzare l’orologio che portiamo al polso con quello interiore, che i neuroscienziati non sono riusciti con precisione a mappare. Forse. Perché la psicologia contempla anche un “effetto vacanze”, che sembra farci sfuggire il tempo tra le dita, almeno nell’immediato. Come aveva intuito Thomas Mann, nel suo “La montagna incantata”, andare in villeggiatura gioca strani scherzi alla percezione del tempo. Aspettiamo quel momento per mesi ma, quando arriva, vola via in men che non si dica. Sono le novità che, interrompendo la routine, cambiano il ritmo dell’orologio mentale. 

colonnino tempoSe ascoltiamo una serie di note uguali ad eccezione di una (do-do-do-sol-do-do-do), il sol ci sembra più lungo. Lo spiega bene la psicologa dell’Università di Boston Claudia Hammond in “Il mistero della percezione del tempo”, appena pubblicato da Einaudi: quando l’attenzione si sposta, il meccanismo di tempificazione si rompe. Paradosso per paradosso, avete notato che quando viaggiamo l’andata sembra più lunga del ritorno? Il bello è che le vacanze tornano a dilatarsi a distanza di tempo, nei ricordi. Ripensandoci abbiamo fatto così tante cose diverse dal solito, che il metro di misura normale ci restituisce il tempo apparentemente scomparso. Le valutazioni temporali in prospettiva e retrospettiva non quadrano più. Oddio, penserà qualcuno, è già Pasqua un’altra volta. “Ogni anno le feste arrivano prima, ogni anno sembra più corto”. In gioventù il tempo cammina, poi accelera fino a correre. Minuti e giornate restano uguali, ma gli anni si contraggono. Nabokov, lo scrittore, credeva che fosse una questione di proporzioni matematiche: se hai solo 20 primavere, un anno è un ventesimo della tua vita, ma diventa una frazione via via più piccola man mano che invecchi. Forse l’età ha un effetto telescopio: gli avvenimenti sembrano più vicini del vero. Ma il fenomeno potrebbe essere dovuto, almeno in parte, al fatto che molti dei nostri ricordi risalgono al periodo in cui si forma l’identità, quando tutto è nuovo, tra i 15 e i 25 anni. Il picco della reminiscenza, lo chiamano. Poi la vita diventa ripetitiva, e la rarefazione delle nuove esperienze disconnette prospettiva e retrospettiva. E’ proprio questa la chiave di molti dei misteri del tempo, possiamo sfruttarla a nostro vantaggio? Di certo non sappiamo far girare all’indietro le lancette dell’orologio come racconta Lewis Carroll in “Sylvie e Bruno”, né possiamo invertire la freccia del tempo come hanno immaginato Martin Amis e Philip Dick. Vivere “La vita all’incontrario”, ringiovanendo fino a scomparire con un orgasmo nel ventre materno, è il surreale esperimento del pensiero cantato da Simone Cristicchi. Ma il tempo psicologico, come si fa a domarlo? Gli psicologi hanno dimostrato che la paura e l’infelicità lo frenano, ma lo scambio non è allettante. Forse un tempo lento è meno desiderabile di quel che pensiamo, sostiene Claudia Hammond. Probabilmente è meglio accontentarsi di allungarlo in retrospettiva, vivendo in modo più intenso e più vario per accumulare ricordi come in una perenne villeggiatura. Oppure no, mettiamoci in poltrona e rilassiamoci. Non ne serberemo memoria, ma forse è anche di tempo perso che abbiamo bisogno.  (pubblicato sul Corriere della sera il 30 marzo 2013)

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