Ologrammi tascabili

HP_logo_3D “I televisori 3D non vendono. I film 3D hanno stufato. Il 3D è finito”. Nel mondo delle tecnologie ci si innamora rapidamente e altrettanto velocemente ci si può disamorare. Ma l’ultima copertina di Nature è la dimostrazione lampante che le notizie circolate negli ultimi tempi sulla morte del 3D sono state grandemente esagerate, per dirla con Mark Twain. I ricercatori dei laboratori della Hewlett-Packard a Palo Alto in California, infatti, hanno trovato un nuovo modo per sfruttare le leggi della fisica a vantaggio della visione tridimensionale (nella foto il logo HP in 3D). Via gli scomodi occhiali che nel 2010 quasi tutti abbiamo indossato per vedere “Avatar”. Le immagini restano profonde anche se ci spostiamo e muoviamo liberamente la testa. Com’è possibile? E cosa ce ne faremo?

Normalmente gli esseri umani vedono in modo stereoscopico. I due occhi, insomma, percepiscono immagini leggermente diverse, che il nostro cervello poi combina in un modello tridimensionale. Un dispositivo 3D deve mimare questo processo. Gli occhiali usati per guardare la tv a tre dimensioni, generalmente, sfruttano un meccanismo di oscuramento alternato, sincronizzato con il rapido succedersi di immagini destre e sinistre sullo schermo. L’alternativa classica, usata nel cinema sin dagli anni ’50, è quella in cui le due lenti sono diversamente polarizzate e lo schermo mostra contemporaneamente due immagini, una per ogni polarizzazione. Tornando ancora più indietro nel tempo si arriva agli anaglifi, che sono coppie di immagini stereoscopiche da osservare con filtri colorati (rosso e verde). Per dare rilievo alla carta stampata si usano ancora. Funzionavano così anche i primi esperimenti cinematografici in 3D negli anni ‘20, ma davano il mal di testa e le lenti colorate sono state quasi abbandonate. La tendenza attuale, anzi, è eliminare completamente gli occhiali facendo fare tutto il lavoro al display. Servono pixel molto piccoli e ad alta densità, che consentano una buona qualità di visione anche a distanza ravvicinata. Il trucco, comunque, è che i pixel non devono emettere la luce in tutte le direzioni come accade negli schermi convenzionali a 2D. Se la posizione degli occhi fosse fissa, in teoria basterebbe che la luce andasse in due direzioni, una per occhio. Ma non si può stare davanti a un videogioco (o una cartografia tridimensionale o all’immagine di una molecola che ruota) fermi come statue di sale. Nature cover 3DE qui entrano in gioco i diodi e i reticoli di diffrazione del prototipo  descritto su Nature da David Fattal e colleghi (tra cui l’italiano Marco Fiorentino). La luce va in 14 direzioni, ma i ricercatori sono fiduciosi di poter arrivare a 64. L’effetto finale sarebbe una specie di ologramma (ma meno costoso) che può essere visto nello stesso momento da persone che si trovano in posizioni diverse. Ricordate la riproduzione virtuale della Principessa Leila in “Guerre Stellari”? “Oppure immaginate di avere davanti un’immagine 3D del pianeta Terra: girando il display potreste osservare ogni singolo paese”, ha spiegato Fattal. Una volta perfezionato, questo dispositivo servirà per la lettura di dati muldimensionali, per la ricerca farmacologica, per le esercitazioni chirurgiche, ma potremmo ritrovarcelo anche su smartphone e tablet, magari anche in macchina sul Gps. Sarà l’ennesima diavoleria di cui l’utente medio potrebbe fare a meno? Solo il tempo potrà dirlo, nota Neil Dodgson dell’università di Cambridge nel commento che accompagna il lavoro. Probabilmente molto dipenderà dai contenuti, come per il cinema. Dopo “Avatar” la tridimensionalità è stata usata e abusata anche per pellicole di scarso valore. Ci siamo trovati bombardati da immagini invadenti e superflue a prezzo maggiorato. Ma mettiamo le tre dimensioni nelle mani di un regista che sappia sfruttarne il potenziale artistico per un bel progetto, come Ang Lee e la sua “Vita di Pi”, e torneremo a sgranare gli occhi.

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