Grillotopia

ECOTOPIA cover_Layout 1Come potrebbe diventare l’Italia se il Movimento 5 Stelle avesse la maggioranza assoluta? Per provare a immaginarlo prendo in mano “Ecotopia”, un vecchio classico dell’ambientalismo recentemente tradotto da Castelvecchi. Chissà se Beppe Grillo l’ha letto, questo romanzo del verdissimo Ernest Callenbach. E’ il diario di un giornalista americano, il primo ammesso a visitare la futuribile nazione di Ecotopia, nata nel 1980 dalla secessione di Oregon, Carolina del Nord e Washington. Il presidente è una donna, la cui forza pare derivi dalla personalità e non dallo status da burocrate (una qualità che si dice avesse Mao Tse-tung, annota il reporter). I ministri ti ricevono adagiati per terra sui cuscini e ti preparano il tè. Le riunioni non hanno alcun ordine del giorno formale. La settimana lavorativa dura 20 ore. Reati “senza vittima” come prostituzione, gioco d’azzardo, uso di droga sono depenalizzati, ma la malversazione e la frode sono trattati come aggressioni e rapine. Sui minibus a batteria senza conducente non si paga il biglietto, perché tenere un agente a bordo costerebbe più di quanto si ricaverebbe dalle vendite; le bici sono pubbliche, le prendi dove capita e le lasci dove ti pare. Le famiglie sono allargate. La vita sessuale libera. Il cibo senza pesticidi. La televisione poco vista e comunque interattiva (si noti che Callenbach scrive all’inizio degli anni ’70 ma immagina che gli ecotopiani usino degli apparecchi simili ad avanzati videocitofoni). Gli animali sono allevati in libertà. Persino le suole delle scarpe devono essere degradabili. Tutti i rifiuti, i liquami e gli scarti sono trasformati in fertilizzanti organici. Nessuno muore più a causa dell’inquinamento. Gli scienziati non possono accettare compensi dalle imprese, seppure statali. La farmacopea è stata ripulita dagli psicofarmaci: se stai male di testa, dicono, non devi cambiare la tua chimica ma la tua vita. La medicina è più che olistica, è disinibita: quando il nostro giornalista si ammala l’infermiera si prende cura lui nel modo più completo che si possa immaginare. Certo non tutto è perfetto. Al posto della guerra i maschi ecotopiani fanno combattimenti rituali ma violenti. I neri vivono in città-stato autonome dette Soul City che sono rimaste un po’ indietro con le tappe della rivoluzione (tu chiamala se vuoi auto-segregazione). L’umorismo locale è forcaiolo, annota il giornalista americano, che sulle prime critica e dubita, poi cede al fascino selvaggio di un’ecotopiana e tradisce l’America.
Ma come è nata Ecotopia? Gli Usa sono in recessione, la fiducia nel progresso è minata, l’aria è malsana, i cibi sintetici, la pubblicità insopportabile. Insomma i tempi sono maturi per la rottura. La prima fase dell’indipendenza è dura: Ecotopia fu costretta a isolare la propria economia dalla competizione dei popoli che lavoravano più duramente, nazionalizzò l’agricoltura, decretò una moratoria delle attività petrolifere. Tutto o quasi fu convertito all’energia solare, in attesa di sviluppare un’economia propriamente fotosintetica. Arrivarono le sanzioni di Washington. Il Pil crollò. I capitali fuggirono. Le imprese licenziarono. Non necessariamente in quest’ordine. Ma la catastrofe economica non implicò il disastro per le persone. I disoccupati furono assorbiti nella costruzione della rete ferroviaria e fognaria, la settimana lavorativa ultrabreve raddoppiò i posti (oltre a dimezzare i redditi individuali). Furono tempi di sconvolgimenti ma anche di eccitazione. Il diritto all’eredità non esisteva più, ma la pressione fiscale era bassa e nelle imprese non c’erano padroni e operai. Tutti soci. Frugali e felici. Una specie di Cuba ambientalista dove tutti restano perché sono contenti di restare. E’ una fantasia, certo. Ma se oggi qualcuno riesce a farsi eleggere raccontando che cuoce le uova in una lavastoviglie caricata con succo di limone, è una fantasia che fa pensare.

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