Benedetti antiretrovirali

MANDELA HIVPICNel Sudafrica dove persino Mandela ha perso un figlio a causa dell’Aids, la battaglia contro il virus è a un punto di svolta. L’Hiv corre ancora, tirando la volata anche alla tubercolosi, perché quando le difese immunitarie si indeboliscono anche una malattia ottocentesca può riconquistare la scena. Ma due lavori relativi ad un distretto rurale pesantemente colpito dall’Hiv-Aids (KwaZulu-Natal), usciti oggi su Science, dimostrano che la distribuzione pubblica degli antiretrovirali funziona. Anzi è uno degli interventi di politica sanitaria di maggior successo mai intrapresi nell’Africa sub-sahariana. Il cocktail di farmaci interrompe la replicazione del virus in chi è già sieropositivo, consentendo al suo sistema immunitario di ripartire e restituendo all’individuo una vita pressoché normale. Non solo: abbassando il carico virale dei sieropositivi protegge, di rimbalzo, anche i sieronegativi. Insomma ostacola la diffusione del contagio e aumenta di oltre un decennio le aspettative di vita della popolazione generale. Tutto questo con un rapporto tra costo ed efficacia che, per gli standard delle politiche sanitarie, è più che sostenibile. E’ buono.

 

Science cover HivNel passato recente l’Hiv ha falcidiato i giovani adulti, sottratto alle comunità forze vitali e moltiplicato gli orfani. Ha derubato la popolazione sudafricana di una grossa fetta di futuro. Nel 2003, l’anno prima dell’avvio del programma di distribuzione degli antiretrovirali (gestito dal Ministero della salute con fondi in buona parte americani), l’aspettativa di vita nel KwaZulu-Natal era scesa sotto i 50 anni. Nel 2011 è salita oltre la soglia dei 60. Secondo il gruppo internazionale che ha studiato una coorte di oltre 100.000 persone, sono stati guadagnati in media 11,3 anni di vita (9 per gli uomini e 13,3 per le donne). E’ bene sottolineare che non si tratta di un modello fatto girare su un computer, ma di dati reali su nascite e decessi raccolti a partire dal 2000 con censimenti porta a porta. Secondo il Centro africano per gli studi sulla popolazione, che ha lavorato con fondi del Wellcome Trust, ogni anno di vita in più è costato circa 1.500 dollari, meno di un quarto del prodotto interno lordo pro-capite. Si tratta di una grande notizia, considerando le difficoltà operative del contesto sudafricano.
Dati più che incoraggianti erano già arrivati nel 2011 da una ricerca pubblicata sul New England Journal of Medicine (HPTN 052 trial). Ma si trattava di una sperimentazione controllata, che non riproduceva tutte le complicazioni della vita reale. Quante persone si sarebbero fatte davvero il test e avrebbero assunto regolarmente i farmaci in caso di positività? La consapevolezza di essere infetti avrebbe incoraggiato i comportamenti a rischio? E il sistema sanitario sarebbe stato all’altezza del compito? Nonostante i dubbi, la macchina si è messa in moto. Oggi possiamo dire che è ben lontana dal funzionare alla perfezione, ma i risultati sono arrivati. I ricercatori hanno seguito il destino di oltre 16.000 persone che nel 2004 non erano infette e hanno dimostrato che la probabilità di contagiarsi è molto minore se si vive in una comunità in cui gli antiretrovirali sono più diffusi.
Questo significa che la distribuzione gratuita di questi farmaci ai sieropositivi può contribuire a fermare l’epidemia, insieme all’educazione a un comportamento sessuale responsabile e all’uso dei condom. Donatori e comunità internazionale prendano nota. L’Hiv non è un nemico invincibile e la politica di un governo illuminato può fare la differenza. Nel 2000 il presidente Thabo Mbeki negava che l’Hiv fosse la causa dell’Aids. Oggi il Sudafrica pratica un modello di lotta all’Hiv-Aids che è basato sulla scienza e dà speranza al resto dell’Africa.

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