Carezzevolissimevolmente

31_1_cover carezzeCi sono gesti delicati che rivelano la qualità dell’animo insieme a quella del corpo, come scriveva George Eliot. Una mano che passa lentamente sulla testa separando le ciocche, una carezza, il tocco lieve di un massaggio. Se siamo in grado di apprezzarne la piacevolezza, probabilmente, è grazie a una speciale popolazione di neuroni, la cui scoperta è stata annunciata ieri in copertina da “Nature”. Queste cellule nervose hanno un nome impronunciabile (Mrgprb4+) e non si attivano con un contatto qualunque. La pelle viene tamburellata con le dita o pizzicata? Niente da fare. Lo sfioramento deve essere gentile e ripetuto, una vera coccola. Il gruppo di David Anderson del California Institute of Technology ha potenziato chimicamente queste vie nervose nel topo, appurando che gli animali così trattati cercavano ripetutamente lo stimolo. Ma tutto lascia credere che questo piacere tattile sia una specie di “senso delle carezze” condiviso dagli altri mammiferi. Il pensiero corre subito allo sfregamento con fusa in cui indugiano i gatti. Alle ore passate dalle scimmie a lisciarsi il pelo l’un l’altra, con la complicità di un ormone che rafforza i legami (ossitocina). Alle effusioni umane. Anche per noi la pelle è un organo sociale. Il tatto non ci serve solo per identificare e manipolare gli oggetti, ma anche per comunicare, stringere rapporti affettivi, rassicurare. Prima ancora di vedere e annusare, un feto può sentire il contatto. In orfanatrofio, senza coccole, i bambini non crescono bene. Le relazioni romantiche spesso esordiscono a fior di pelle. E’ sorprendente quante cose gli scienziati abbiano imparato negli ultimi anni sul piacere del tatto. La famiglia di fibre a cui appartengono i neuroni appena scoperti è sprovvista della guaina mielinica, che di solito serve a far correre più veloce il segnale. In passato qualcuno riteneva che la specie umana le avesse perse nel corso dell’evoluzione, quando si è spogliata dei peli. E invece no. Le parti glabre del corpo sono le meno sensibili, è vero, ma se provate ad accarezzarvi l’avambraccio prima di stimolare il palmo della mano, anche lì la sensazione diventerà più piacevole. L’arte della “carezzevolezza” ha le sue regole, che nessun innamorato e nessuna mamma hanno avuto bisogno di studiare. I ricercatori confermano che il piacere è nella lentezza. Per rendere il nostro gesto gradito a chi lo riceve, secondo una rassegna pubblicata su “Experimental Brain Research” , le dita devono muoversi a un ritmo compreso fra uno e dieci centimetri al secondo. Un tocco aggraziato genera due segnali destinati ad aree cerebrali differenti: quello veloce informa la corteccia somatosensoriale sul punto in cui avviene il contatto, quello lento comunica alla corteccia insulare che si tratta di una stimolazione gentile, emozionandoci.  Il ritardo tra l’uno e l’altro è di circa mezzo secondo.  In alcuni soggetti colpiti da rare malattie o mutazioni a carico delle fibre nervose veloci , però, la sensibilità alla pressione può andare perduta, mentre restano in funzione le fibre lente, e con loro la sensibilità al più soave dei gesti. E’ quello che è successo ai membri di una famiglia svedese che – racconta “The Scientist” – sta regalando rivelazioni preziose agli studiosi dell’Università di Göteborg. Di sicuro la piacevolezza del tatto è empatica. Lo sanno gli amanti dei film romantici e tutti coloro che si sono incantati davanti alla foto più twittata della storia. Il celebre abbraccio tra Michelle e Barack Obama.

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