Una domanda a Mr Grillo

casaleggio-grillo_erIl rapporto di Beppe Grillo con la scienza è, tanto per usare un eufemismo, controverso. Può sembrare strano, dunque, che io sollevi la questione delle biotecnologie mentre la scena è dominata dal Movimento 5 Stelle. Di certo biotech-friendly non lo sono mai stati, ma vorrei mettere alla prova il loro supposto pragmatismo su un caso concreto. Ovvero: come la mettiamo se le biotecnologie servono per la produzione di energia rinnovabile? Dobbiamo considerarle scomunicate a prescindere? Oppure le tecnologie non sono né buone, né cattive: dipende da come vengono usate e a che scopo? Per la cronaca Beppe Grillo sembra aver cambiato idea nel corso del tempo sui biocarburanti. E’ passato dall’entusiasmo (“Sono alternative verdi, meno inquinanti, meno costose”) alla condanna (“Il cibo crea energia meccanica, non più umana. Le macchine vengono sfamate, i poveri del mondo tirano la cinghia”). A dir la verità non è l’unico ad aver avuto dei ripensamenti. Se la produzione di bioetanolo sottrae terreno utile alla produzione alimentare, in un mondo in cui i consumi crescono più della produttività agricola, allora siamo sulla strada sbagliata. Ma se per ricavare bioenergia si utilizzassero piante non-alimentari, capaci di crescere su terre marginali? E se queste piante fossero modificate per sfruttare al meglio le scarse risorse idriche disponibili in un pianeta avviato a scaldarsi?

L’idea sembra buona, tanto da essere stata finanziata con 9 milioni di euro dalla Commissione europea. Il progetto WatBio ha scelto 3 piante “minori”: pioppo, miscanthus e canna gigante (nella foto). Un gruppo internazionale composto da istituti di ricerca pubblici (anche il nostro CNR) e piccole companies ci lavorerà per 5 anni. Cercheranno di individuare i geni che aiutano le piante a tollerare gli stress idrici e li introdurranno attraverso gli incroci nelle varietà della stessa specie più adatte alla produzione di biomassa e bioenergia. arundo3-15-10E’ il vecchio breeding, ma potenziato dalla genomica di ultima generazione. Questo progetto fa a meno dell’ingegneria genetica, per evitare polemiche e lungaggini regolatorie. La rinuncia non è indolore, perché limita fortemente il pool genico in cui andare a cercare i geni utili, e potrebbe persino pregiudicare il risultato (come sostiene un esperto da me interpellato per il numero di marzo di “Nature Biotechnology”). Ma facciamo professione di ottimismo, immaginiamo che le biotecnologie convenzionali siano sufficienti.  Che le piante non-alimentari e non-Ogm di WatBio riescano a difendersi dal riscaldamento globale contribuendo a produrre l’energia rinnovabile del futuro. Non sarebbe il pinolo fotovoltaico di Crozza, ma poco ci manca. Il mio dubbio è: per i Cinque Stelle i progetti come WatBio sono Green Economy o sviluppismo scientista? Se lo chiedo a nome di “Nature Biotechnology” (sede NY), non è che Grillo mi risponde?

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